venerdì 15 gennaio 2010

non si vive senza essere coinvolti

...E tremar si deve, sin quando non si riesca a guarire. Questa sinistra facilità di morire...

Torno a ripetermi questi versi di Victor Hugo, scritti, ora è un secolo, in onore dei caduti della Comune, al pesiero di quei giovani e di quella ragazza che hanno preferito darsi fuoco piuttosto che accettare il mondo così come gli veniva imposto. È forse la prima volta, nella nostra società occidentale, che un tale sacrificio volontario prenda a schiaffi la morale dell'interesse bene inteso, del buon senso, e la nozione dell'adattamento al mondo com'è. Ma questo sacrificio è volontario? Come i cristiani che un tempo si rifiutavano di sacrificare agli idoli, queste giovani vite hanno sentito, a torto o a ragione, di non avere altra scelta se non di immolarsi a questi falsi dèi di avidità e di violenza in mezzo ai quali noi accettiamo di vivere, o di protestare per la loro morte.

In un certo senso, essi non si ingannavano: non si vive senza essere coinvolti. 'Il mondo è in fiamme, dicono da tremila anni i sutra buddhisti, il fuoco dell'ignoranza, il fuoco della cupidigia, il fuoco dell'aggressività lo divorano'. Alcuni ragazzi a Lilla, a Parigi, e qualche mese fa in Provenza, hanno riconosciuto questa verità che la maggior parte di noi passa la vita a non vedere. Sono usciti da un mondo dove guerre più radicalmente distruttive che mai si insediano nel mezzo di una pace che non è una pace e troppo spesso tende a divenire per l'uomo e il suo ambiente quasi non meno distruttiva della guerra, da un mondo dove annunci gastronomici compaiono sulla stampa accanto a servizi giornalistici sulla morte per fame di intere popolazioni, dove ogni donna che indossa una pelliccia contribuisce all'estinzione di una specie vivente, dove la nostra smania di velocità aggrava ogni giorno di più l'iquinamento di un monndo da cui dipendiamo per vivere, dove ogni lettore avido di un romanzo giallo, o di un fatto sinistro di cronaca, ogni spettatore di un film di violenza contribuisce senza saperlo a questa passione di uccidere che ci è costata in un mezzo secolo milioni di condanne a morte. Questi ragazzi hanno avuto ragione o torto a lasciare tutto questo?

La risposta dipenderà in definitiva dal mutamento interiore che intorno ad essi avrà prodotto o meno il loro sacrificio. Potevamo impedirgli di compierlo o, quel che conta ancor di più, possiamo impedire che in futuro altri cuori puri seguano la stessa via? Di fronte a un interrogativo così pressante, bisogna proprio ammettere che non una delle solite ragioni che avremmo potuto offrire loro per continuare a vivere è abbastanza forte per trattenere qualcuno che non sopporta il mondo così com'è.
È vano dir loro che i più capaci, o forse i più saggi, possono ancora sbrogliarsela nel caos in cui siamo, o anche ricavarne qualche piccola parte di felicità o di successo personale, quando ciò per cui muoiono non è la propria afflizione, ma quella degli altri.

Sembra proprio che a questo sacrificio, tipico dei monaci buddisti, così degno di ammirazione dal fondo del suo orrore, non si possa utilmente opporre se non la tradizione che vuole che il Buddha stesso, sul punto di entrare nella pace, decise di restare in questo mondo finché una sola creatura vivente non avesse avuto bisogno del suo aiuto. Coloro che se ne sono andati erano sicuramente tra i migliori: avevamo bisogno di loro. E noi li avremmo forse salvati se li avessimo persuasi che il loro rifiuto, la loro indignazione, la loro disperazione stessa erano necessari, se avessimo saputo opporre a questa sinistra facilità di morire la difficoltà eroica di vivere (o di cercare di vivere), così da fare del mondo un luogo un poco meno scandaloso di quello che è.”

Marguerite Yourcenar: Il tempo, grande scultore
Giulio Einaudi editore, Torino - 1994
traduzione di Giuseppe Guglielmi
pagg. 143-144

catalogazione: libreria di fianco al divano
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