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martedì 17 febbraio 2015

Perché lo hai fatto?







È generalmente difficile negare di aver commesso una data azione o che quest'azione sia stata commessa; è invece facilissimo alterare le motivazioni che ci hanno condotto a un'azione e le passioni che in noi hanno accompagnato l'azione stessa. Questa è materia molto fluida, soggetta a deformarsi sotto forze anche molto deboli; alle domande "perché lo hai fatto?" o "cosa pensavi facendolo?" non esistono risposte attendibili, perché gli stati d'animo sono labili per natura e ancora più labile è la loro memoria.

Primo Levi  I sommersi e i salvati
ed. Einaudi Tascabili pg. 16

Grazie a Farfalla leggera per il suo contributo


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sabato 3 luglio 2010

il contrario del maschio da spiaggia

"Zio era in piena quarantina, piaceva alle donne e sapeva dimostrare che loro piacevano a lui. Zio era il contrario del maschio da spiaggia. Era sobrio, gesti misurati, esatti, un po' più corti, più rappresi di quelli di uno del sud. Sua mamma americana aveva messo un'aria di ovest, di praterie negli occhi chiari, nella fronte schietta e uno scintillio di speroni nel sorriso. Quando rideva si sentiva un galoppo nella gola aperta."

Erri De Luca: Tu, mio
Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano - 2003
pag. 29
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domenica 13 giugno 2010

il ritratto

"Era un ritratto a mezzo busto di giovane donna, che fissava il riguardante; un olio alquanto annerito, ma non tanto che non si distinguessero i particolari. La donna era vestita secondo la moda degli ultimi anni del secolo passato o dei primi di questo, con tutto il collo chiuso in un'alta benda di pizzo; di pizzo era anche la veste, dalle maniche sboffate; sul petto ella recava un grande e complicato pendantif o breloque (come allora si diceva) di topazi bruciati, sorretto da nastri di seta marezzata; sulle spalle un amoerro, ricadente in larghe e convolte pieghe. La massa dei capelli bruni era pettinata in conseguenza, cioè in un ampio cercine o cannuolo attorno alla fronte, in mezzo al quale spiccava un minuscolo diadema."

Tommaso Landolfi: Racconto d'autunno
Rizzoli editore, Milano - 1975
pag. 51

catalogazione: libreria sotto la finestra
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mercoledì 2 giugno 2010

zingari non si nasce ma si diventa!

"Questa sera Elisabetta mi ha messo in guardia contro gli zingari che vendono merci rubate al mercato di piazza Vittorio. Mi ha detto che gli animali sono più civili degli zingari sotto tutti i punti di vista. Dopo un lungo giro di parole è andata al sodo: «Non aprire la porta della tua casa a quello zingaro ubriaco che, con il pretesto di dare il mangime ai piccioni, spaccia la droga.» Ho capito che si riferiva al povero Parviz. «Non è zingaro, è iraniano» le ho ricordato, e lei mi ha risposto con molta convinzione: «Non importa se è iraniano o americano o svizzero o altro. L'importante è che si comporta esattamente come uno zingaro, e per questo dico che zingari non si nasce ma si diventa». L'ho salutata senza commentare."

Amara Lakhous: Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio
edizioni e/o, Roma - 2010
pag. 85

catalogazione: nessuna, libro preso in prestito da Maura
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domenica 23 maggio 2010

il sale delle stelle

"Sotto il tetto di rami alzava il muso di notte verso l'alto del cielo, un ghiaione di sassi illuminati. A occhi larghi e respiro fumante fissava le costellazioni, in cui gli uomini stravedono figure di animali, l'aquila, l'orsa, lo scorpione, il toro.
Lui ci vedeva i frantumi staccati dai fulmini e i fiocchi di neve sopra il pelo nero di sua madre, il giorno che era fuggito da lei con la sorella, lontano dal suo corpo abbattuto.
D'estate le stelle cadevano a briciole, ardevano in volo spegnendosi sui prati. Allora andava da quelle cadute vicino, a leccarle. Il re assaggiava il sale delle stelle"

Erri De Luca: Il peso della farfalla
Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano - 2009
pag. 26

catalogazione: nessuna, libro appena acquistato
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lunedì 26 aprile 2010

fumo e vento

"Quelli furono i giorni migliori della vita di Tancredi e di quella di Angelica, vite che dovevano poi essere tanto variegate, tanto peccaminose sull'inevitabile sfondo di dolore.
Ma essi allora non lo sapevano ed inseguivano un avvenire che stimavano più concreto benché poi risultasse di fumo e di vento soltanto. Quando furono divenuti vecchi ed inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti, dello stimolo sensuale che appunto perché inibito si era, un attimo, sublimato in rinunzia, cioè in vero amore."


Giuseppe Tomasi di Lampedusa: Il Gattopardo
De Agostini, Novara - 1985
pag. 211



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sabato 17 aprile 2010

ricordando Basaglia

"Sono nella mia piccola stanza nella quale respiro da circa dieci anni. In tutte quelle altre stanze che compongono questo enorme caseggiato respirano i deliri di 1040 matti. Quasi tutti vivono n camicia, Don Chisciotti senza che nessuno li ami, né possono camminare su un ronzino al chiaro di luna; i loro deliri battono sulle povere mute pareti intanto che intorno a loro fuma debolmente puzza di sudore."

Mario Tobino: Le libere donne di Magliano
Mondadori, Milano - 2007

pag. 11

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giovedì 8 aprile 2010

il taccuino di Galileo

"Il segno di Galileo era dunque assai vivido nella casa di Elena: da un mobile della biblioteca dove erano riposti i documenti più preziosi Giovanni Battista aveva estratto, nel giorno del quindicesimo compleanno della sua figliola, un taccuino di appunti che Galileo aveva redatto nel 1610 e che aveva lasciato quale suo ricordo al figlio di Giacomo Alvise, Girolamo. Era un quaderno alto e stretto, con la copertina in pergamena rigida, le cui pagine fittamente annotate illustravano le orbite dei satelliti di Giove. Il cannocchiale che Galileo aveva puntato verso la laguna di Venezia era stato poi perfezionato e rivolto al cielo, e quelle pagine raccoglievano il risultato delle sue prime osservazioni. All'idea della sconosciuta immensità che la circondava, Elena si era profondamente emozionata: Galileo le era sembrato il simbolo di un nuovo modo di appartenere al genere umano cui forse lei, come donna, non avrebbe mai potuto aspirare. All'improvviso la sua vita veneziana le era sembrata piccola, ristretta. Con un pensiero saettante, subito rinnegato, aveva compreso perché alcune donne, particolarmente peccaminose, si vestivano talvolta con abiti maschili, e perché quell'usanza era stata immediatamente considerata assai scandalosa e subito vietata. Forse la libertà era davvero il più temibile dei peccati, la più pericoloso fra le aspirazioni, il più grande fra i doni sacrificali che si potessero fare all'ordine delle cose e del mondo. Con un gesto devoto Elena aveva posato nelle mani di suo padre il taccuino di Galileo, perché venisse nuovamente riposto nello stipo. Sembrava che nel suo sguardo non fosse rimasta più alcuna traccia del baluginio che poco prima le aveva attraversato le pupille. Ma quando Giovanni Battista le aveva comunicato la propria intenzione di affidarla agli insegnamenti di padre Vota perché la seguisse nello studio del francese e dello spagnolo, delle scienze e della matematica, dell'astronomia e della geografia, gli occhi di Elena avevano cominciato a brillare."

Patrizia Carrano: Illuminata - La storia di Elena Lucrezia Cornaro, prima donna laureata nel mondo

Mondadori, Milano - 2000

pag. 98

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mercoledì 7 aprile 2010

Eros e Thanatos gomito a gomito

"Secondo le istruzioni dell'infanzia siamo corrotti, cattivi e impuri. Andiamo ripuliti. Considero la quantità di formalina che ha già nello stomaco (una puntura da 10 cl basta per un peso pari a 80 kg). Non sei più un essere umano, forse lo sei stato, ma adesso vai considerato come un reperto da museo. Ho provato un certo sollievo all'idea, un reperto da museo, nient'altro. Dovevo occuparmi del drenaggio, barattare un po' di eterno. Il tempo necessario a smontare il morsetto, svitare lentamente il dado, togliere l'attrezzo con delicatezza. "Attenta a non graffiare la pelle", aveva detto Diego Benvenuti prima di andarsene. Solo togliere il morsetto e considerare il giusto grado di raffreddamento del nervo. Rientra nei trattamenti di conservazione:chiudere la bocca al morto. Mi sono concentrata sull'immagine dei pesci conservati nelle bocce, l'esposizione dei gufi impagliati, dei serpenti attorcigliati nelle bottiglie. Fauna da studio e da memoria, scienza pura. D'accordo, ora lo faccio, svito il morsetto, fisso lo sguardo sui dadi a farfalla, sulla filettatura. Ma la mandibola si è lasciata andare mostrando un'inopportuna vitalità. Non me la sentivo di rimettere il morsetto, puntarlo sullo sterno e infilarlo sotto il mento. È solo il ricordo di Felicity che riesce a tenermi qui. Il suo seno era abbastanza vicino da sentirlo sulla pelle, gli slip così leggeri da crollare sul pavimento. "Può succedere da un momento all'altro", aveva detto nel gabinetto di Martin "quando vengo chiudimi la bocca, altrimenti sai il casino. Non è bello? Non ti piace da impazzire?".
Il procedimento di chiusura della bocca con metodo operatorio, attraverso cioè punti di sutura applicati alle labbra, pur non essendo un intervento destinato alla conservazione del corpo, viene considerato un atto di tanatoprassi perché bisogna, in ogni caso, perforare con un ago i tessuti corporei e quindi dovrebbe essere svolto solo da un tanatoprattore abilitato o dagli addetti del servizio mortuario ospedaliero. Queste sono le regole. In verità molti impresari funebri ricorrono a questa tecnica e Diego Benvenuti può farlo perché lui ha una licenza da tanatoprattore. Ma non io. La colla non dovrei neanche guardarla. Di solito si usa nelle vestizioni a domicilio, si chiudono le labbra e gli occhi con un leggerissimo strato di colla, mica si può giocare al taglia e cuci davanti ai parenti.
Poi Felicity dice "adesso". Poi dice "sì". Poi dice "ok". L'importante è agire d'istinto, non pensare. Con una mano ho afferrato la mandibola, con l'altra ho versato l'Attak, oplà, sui denti e sotto le labbra, tanto per non sbagliare, voglio vedere chi vince la battaglia, vecchio cowboy. Ho ripulito la sbavatura, ma a quel punto la colla aveva già fatto presa e il labbro inferiore aveva acquistato un'eterna smorfia di disappunto."

Mary B. Tolusso: L'imbalsamatrice
Alberto Gaffi editore, Roma - 2010
pag. 27

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giovedì 25 marzo 2010

bisogno di contemplazione

"Acqua

Appollaiato davanti al bancone beve un caffè corretto e intanto parla con la titolare. Si lamenta perché si fanno poche corse e i taxi aspettano in fila mezzore intere senza che si avvicini un cliente. Colpa dell'ex sindaco che ha distribuito tutte quelle licenze nuove. Non crede alla crisi, secondo lui è stato Prodi a portare il paese alla rovina e 'ora i comunisti dicono che c’è la crisi'. E l’ America allora? gli oppone la donna, lì mica ha governato Prodi. 'No, però se non c’era l’euro...' Mi chiedo dove sia finita la logica aristotelica. Ma il fatto è che alcuni di noi sentono il bisogno di un responsabile unico per tutte le nefandezze che ci infligge la vita. Così scatta il principio 'ad unicum reducendum', la scorciatoia accusatoria, che evita domande difficili e distribuzioni di responsabilità, e offre il vantaggio della semplificazione. L’euro si presta magnificamente allo scopo. In bocca ad uno scontento diviene quasi una persona, ha un volto, ghignante, una corporatura, massiccia e un’espressione, quella del pirata all’arrembaggio, con il coltello tra i denti. 'Sai che ti dico? continua, che mi vendo la licenza e me ne vado a pesca'. Diventa improvvisamente nostalgico. 'La pesca è la cosa più bella che c’è; anche in questa stagione, ti copri bene, e te ne stai lì un paio d’ore senza parlare, senza sentire nessuno e guardi solo l’acqua. Tu non immagini quanto fa bene guardare l’acqua!' Scopro così di avere qualche cosa in comune con un 'tassinaro' corporativo, che sicuramente ha votato AN e che rimpiange i tempi in cui ero io ad aspettare mezzore intere prima di trovare un taxi: a entrambi piace guardare l’acqua. Così ho anche conferma del fatto che per quanto diversi siamo — e ognuno è diverso da ogni altro e persino da se stesso — sempre almeno uno dei nostri nervi se sollecitato suona allo stesso modo. Così glielo dico: 'anche a me piace guardare l’acqua.' Da nostalgico il suo sguardo si fa ispirato. 'Io quando guardo l’acqua non penso a niente, mi confida. Cioè, non è che non penso a niente, penso molto, ma mica lo so quello che penso. È come quando tengo il motore in folle.' 'È un altro modo di pensare', azzardo io. 'Ecco, è un altro modo di pensare. E mi fa bene, mi riposa. Lo sa che faccio, dopo? I pesci, li ributto in mare. Me li lascio per un’altra volta che ormai, pure i pesci so’ pochi.' Sarà colpa dell’euro, gli dico sorridendo. Ride anche lui. Ci salutiamo contenti, lui con ancora nello sguardo l’acqua che lo riposa. Io penso che sotto, a scavare, c’è tanto di quel bisogno di contemplazione in ognuno di noi, che potremmo essere, tutti, filosofi.

Marina Pierani: L'Ascoltatrice
Ilmiolibro.it - Gruppo Editoriale L'Espresso - 2010
pagg. 47-48

catalogazione: il desktop del mio computer
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mercoledì 17 marzo 2010

ti sogno cocaina

"La cocaina è una meravigliosa interprete della visione occidentale del mondo, per questo è uno dei prodotti cardine della nostra economia. Appartiene alla new economy esattamente come l'informazione e le microtecnologie; se i cartelli internazionali della coca potessero quotasi in Borsa, sarebbero tra i leader della finanza mondiale, nessun manufatto e nessuna materia prima assicurano così alti margini di profitto. Un prodotto di cui il cliente non può fare a meno è il sogno di qualunque pubblicitario."

Walter Siti: Il contagio
Oscar Mondadori, Milano - 2009
pag. 178

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lunedì 15 marzo 2010

Alessandro alle Olimpiadi

"L'uomo è un inguaribile ragazzo e il gioco, dalla guerra allo scopone, la sua occupazione preferita. I giochi olimpici incontrarono talmente, che gli anni dipoi furono computati sul loro periodico rinnovarsi. Ogni quattro anni una folla enorme venuta da tutte le parti della Grecia si radunava nella valletta d'Olimpia, sulle rive dell'Alfeo. Arrivavano nei carri, sul dorso dei muli, a piedi. Le famiglie si accampavano all'aperto. Gli uomini discutevano di politica e facevano braccio di ferro, i ragazzini giocavano alla guerra e tiravano ai merli con le cerbottane, le donne preparavano la scordaglià, che è una maionese girata con l'aglio, e il coccorezzi, che sono budellucci d'abbacchio arrotolati su bastoncelli e arrostiti allo spiedo. La folla brulicava al sole e puzzava enormemente. I giochi olimpici erano squisitamente razzisti. Non partecipava alle gare chi non era greco al cento per cento. Alessandro chiese di prendere parte ai giochi ma gli fu risposto di no. «Come!» esclamò il re di Macedonia «i miei antenati provengono da Argo e voi mi impedite di prendere parte ai vostri giochi?». Fatti gli accertamenti necessari e riconosciute per vere le dichiarazioni del focoso sovrano, Alessandro fu ammesso alle corse a piedi e a quelle col carro, alla lotta, al pancrazio, alle altre competizioni che, tutte assieme, costituivano i giochi. "

Alberto Savinio: Infanzia di Nivasio Dolcemare
Adelphi, Milano - 1998
pag. 136

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venerdì 12 marzo 2010

non si tratta mica di fare il festival di Sanremo!

"«Ci vuole coraggio.»
«Ma cosa c'entra il coraggio? Quello uno se lo compra in farmacia...»
«L'organizzazione però ci vuole: insomma, bisogna essere del mestiere, farci la mano...»
«Basta cominciare. Ci vuole iniziativa, questo sì...»
«Ma anche l'organizzazione...»
«Lei ce l'ha su con l'organizzazione, non si tratta mica di fare il festival di Sanremo. È sufficiente essere in due: uno con la moto veloce, l'altro deciso. Il resto viene da sé. Un gioco da ragazzi, come fare un bagno all'Idroscalo o una corsa...»"

Beppe Viola: Quelli che...
editrice l'Unità, Roma - 1994
pag. 65

catalogazione: libreria in ingresso
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domenica 28 febbraio 2010

eredità sgradite

"Mia madre era un'artritica: le sue mani nervose, dalle nocche e dalle vene rilevate, si andavano deformando; i piedi, che nascondeva pudicamente, erano sempre doloranti. L'avevo sorpresa un giorno, dopo che s'era fatta il bagno, a togliere le callosità da sotto la pianta con una lametta da rasoio; mi aveva colpito la quantità di pelle coriacea che costellava il pavimento e qualche goccia di sangue che vedevo apparire qua e là.
'Sei matta? Potresti provocare un'infezione! Non sai che esistono i pedicure?'
Lei si era adombrata: 'Figurati se faccio vedere i miei piedi a un estraneo! Mi vergognerei!'
Sospirando aveva aggiunto: 'Dai genitori si ereditano sempre i difetti, mai le cose migliori: mio padre aveva piedi e mani bellissimi, ma ho preso quelli della mamma che però aveva una schiena bella diritta e naturalmente ho ereditato l'unico difetto di mio padre, la schiene curva. Mah!'".

Carla Cerati: La cattiva figlia
Frassinelli, Milano - 1996
pag. 54

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sabato 27 febbraio 2010

cioè non moriva

"25 aprile 1974

È passato oggi a miglior vita Daniele Muscat, mio compagno di leva. Alto e grosso, la barba rossa gli dava riflessi d'oro. Era tenuto per l'uomo più forte della parrocchia. Oltre quarant'anni fa aveva portato la propria bambina con sé nel campo e l'aveva fatta sedere sulla cavedagna. Una biscia sentendo l'odore del latte guizzò sulla creatura e incominciò a leccarle le labbra. Daniele se ne accorse in tempo e, preso dalla rabbia, afferrò il rettile per la testa e per la coda e lo spezzò a metà. Di lui si diceva che el gaveva roto la bissa.
Mi raccontano che da ultimo il figlio e la nuora lo battessero perché mangiava, beveva, si sporcava addosso e cioè non moriva."

Fulvio Tomizza: La miglior vita
Editore Rizzoli, Milano - 1977
pag. 275

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venerdì 5 febbraio 2010

la scienza in stile Kammerspiel

"Ciascuno di noi anche se non lo sa, trattiene nel proprio intimo biologico un handicap originario che si chiama genotipo. Da dove venga bene non si sa: gli esperti genotipologi dicono che le origini risalgono a decine di miliardi di anni fa, anno più anno meno, e soltanto una parte trascurabile dipende dall' ominazione, che sarebbe, per chi non fosse pratico, la comparsa dell'Homo sapiens sulla scena terrestre. Dentro questo genotipo ci sono i cosiddetti caratteri dell'ereditarietà che, secondo gli scienziati Watson e Crick, si trasmettono attraverso l'acido desossiribonucleico, che per comodità, dicono sempre Watson e Crick, chiameremo DNA. Watson e Crick hanno vinto tutti e due il premio Nobel per la medicina. Watson era americano e Crick era britannico. Uno era un zoologo, l'altro un fisico delle particelle. Le mutazioni del DNA, spiega un altro scienziato questa volta francese che si chiama Jaques Monod, avvengono per puro caso, e siccome rappresentano l'unica fonte possibile di modificazione del testo genetico, che a sua volta è il solo depositario delle strutture ereditarie dell'organismo, ne consegue che soltanto il caso è all'origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera, cioè di quello che per semplicità, dice Monod, chiameremo avvenimento singolare. Però, dice sempre Monod, una volta inscritto nella struttura del DNA, l'avvenimento singolare, che è per sua natura imprevedibile, verrà fedelmente replicato e tradotto: in questo modo quello che abbiamo chiamato l'avvenimento singolare esce dal mondo casuale del caso per entrare in quello deterministico della necessità. Anche Jaques Monod ha vinto il premio Nobel per la medicina, e ci ha tirato a rimorchio altri due suoi amici sempre francesi che si chiamavano André Lwoff e Francois Jacob e che erano d'accordo con la sua teoria e così han vinto anche loro il Nobel. Eran tutti dei biologi tranne sempre Watson che era uno zoologo e Crick che era un fisico delle particelle.

Tradotto in parole povere, ciascuno di noi si porta addosso dei caratteri principali ereditari raccolti prima di nascere e poi continua a raccoglierne degli altri per strada, che si attaccano al suo DNA per diventare a loro volta dei nuovi caratteri ereditari che si replicano e si traducono.

Questa gravissima tara biologica già dà una prima idea dell'inutilità delle cosiddette ambizioni terrene, che sono pulsioni adulte originate dall'illusione deterministica e quindi indirizzate costitutivamente al fallimento."

Paolo Colagrande: Kammerspiel
Alet edizioni, Roma - 2008
pag. 23

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martedì 5 gennaio 2010

non accapezzo

"Uno: Dio lu munno mantene; lu sole e la luna; tre: i tre Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe; quattro: i quattro evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giuanno cantarono lu vangele 'nnanz'a Cristo. E tu nuvola brutta e scura che s'i vvenuta a ffà.
Ristuccia, ristuccia. No! Vattene 'a chelle parte scure, addò nun canta lo uallo e non venesse ciampa di cavaglio!"
Maria diceva queste parole con voce allazzante e infernosa in piena possessione di uno spirito maligno e con commerzione di corpo mentre quello scupillo nero si stagliava téseca nel muto della luce allascata dal fogliame. E pure bella sua tesichezza essa si quartiava quel momento soprannaturale che la scommigliava regina dell'inciarmo, padrona e signora dei gaggi scatobbi per le paure che avevano dentro, schiattosi per la sfattezza della loro fede e del loro animo.
'Io t'aggio ditto tutto, bella femmina, e mo ti devo lassà a lu destino tuo. L'ommo che tu hai nominato io nun lo veu fra la gente busnò di chisto paese. Sarrà come dici tu ma io ti dico che lu figlio tuo adda cumbattere cu ggente cchiù malamente 'e 'sto don Giacchino. Statte bbona, bella femmina, statte bbona', spezzò la zingara all'intrasatta, apparandosi il maccaturocon uno sturcio di dolore e movendo i primi passi per la scesa. Maria subì la strapannata nel sìntomo stesso in cui si trovava e non accapezzò l'intendimento di Plextarida che, nel mentre, già accalava al ponte di tavole sul lavarone, ma s'appuzzò al sonno frennesioso dell'inciarmo sparafonnando ai piedi della grossa quercia come smattita pure da quel lungo stranizzamento di calore."


Angelo Zara: Terrebbilio
Editrice Ponte Nuovo, Bologna - 1982
pag. 75


* la traduzione dal vernacolo beneventano non c'è ma ci vorrebbe.
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sabato 26 dicembre 2009

il Natale di Guareschi

"Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo.
La tonalità, anche nei più comuni scambi verbali, viene portata ad altezze vertiginose e non si parla più, si urla. Ciò è contrario allo stile del «vero signore», ma quando Margherita mi chiede dalla cucina che ore sono, c'è la comodità che io non debbo disturbarmi a rispondere perché l'inquilino del piano di sopra si affaccia alla finestra e urla che sono le sei o le dieci. Margherita, una sera del mese scorso, stava ripassando la tavola pitagorica ad Albertino e Albertino s'era impuntato sul sette per otto. Sette per otto? - cominciò a chiedere Margherita. E, dopo sei volte che Margherita aveva chiesto quanto faceva sette per otto, sentii suonare alla porta di casa. Andai ad aprire e mi trovai davanti il viso congestionato dell'inquilino del quinto piano (io sto al secondo). Cinquantasei! - esclamò con odio l'inquilino del quinto piano.
Rincasando, un giorno del dicembre scorso, la portinaia si sporse dall'uscio della portineria e mi disse sarcastica: È Natale, è Natale è la festa dei bambini - è un emporio generale - di trastulli e zuccherini!
Ecco, - dissi tra me - Margherita deve aver cominciato a insegnare la poesia di Natale ai bambini.
Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita:
«È Natale, è Natale - è la festa dei bambini!...».
È la festa dei cretini! -rispose calma la Pasionaria."


Giovanni Guareschi: La favola di Natale
Rizzoli, Milano - 2004
pag. 7

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lunedì 21 dicembre 2009

le spoglie di Giacomo

"La legge è legge, signori miei. E la legge affermava che, finché a Napoli fosse durato il colera, non ci sarebbe stata sepoltura se non nella fossa comune. Morti a carrettate, una cristiana benedizione collegialmente impartita e poi giù calce viva a mangiarsi il contagio. Giù calce per ammazzare le mosche malvagie, appesantire le loro ali avvelenate, impastoiare a dovere antenne e zampe malefiche. Calce viva, questo ci voleva per i morti. E pietra del Vesuvio, nera e spessa, per chiudere la fossa e non pensarci più. Ora, in mezzo a tanto disastro, che differenza volete facesse un cadavere in più o in meno? Per il momento avrebbero fatto conto che il corpo di Giacomo fosse stato preso in consegna dalla pubblica carità per farne ciò che andava fatto: fossa comune, benedizione, calce viva, pietra vesuviana e tutto il resto."

Alessandro Zaccuri: Il signor figlio
Mondadori, Milano - 2007
pag. 197

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giovedì 17 dicembre 2009

24 ore di orrore per Katherine

"Soffriva di due mali opposti: il male della tenebra e il male della luce. Quasi ogni sera, quando erano le undici e l'oscurità lambiva le cieche finestre, cominciava ad augurarsi che fossero le undici del giorno dopo. Camminava su e giù per la camera, guardava il letto, guardava nello specchio, spaventata da quella ragazza con gli occhi febbrili, si domandava se la candela le sarebbe bastata fino alla luce, e poi si sedeva fissando il tappeto - così a lungo, che soltanto per caso rialzava gli occhi. Si stendeva tra le coperte, mentre Ida Baker dormiva su un sofà nella stanza per proteggerla dall'orrore del buio; e la mattina le pareva di essere stata sferzata attraverso cento letti senza aver trovato dove acciambellarsi. Se la tenebra era l'orrore, anche la luce poteva esserle nemica. La luce brutale entrava dalle finestre, la feriva, l'accecava, la raggiungeva in ogni angolo, come se in tutto il mondo posseduto dal sole non ci fosse luogo dove nascondersi."

Pietro Citati: Vita breve di Katherine Mansfield
Rizzoli, Milano - 1980
pag. 64

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